“La Buona politica per il Bene Comune”.
I Cattolici protagonisti della politica italiana.
TODI, 17 ottobre 2011
Intervento di Francesco Belletti,
presidente del Forum delle associazioni familiari
Un soggetto serve per un progetto, non per una strategia, o meglio, per costruire un soggetto serve un progetto, prima di una strategia
Cresce l’attesa verso il mondo cattolico: è vero, ci siamo, siamo un popolo, siamo un soggetto popolare, che resiste, genera, produce. Siamo poi forse l’unico vero soggetto popolare, non costruito dentro la politica, né costruito a difesa di interessi economici oligarchici. Ma quanto siamo “lo stesso soggetto”?
Ci serve una piattaforma di “valori in azione”. Su questi dobbiamo svelare le diversità – senza scandalizzarci - e costruire unità progettuale e di obiettivo politico: altrimenti, non nascerà niente. E questo va costruito in diretta elaborazione e armonia (io direi addirittura “obbedienza”, per farmi capire) con la Dottrina Sociale della Chiesa, che su molti punti è molto chiara, ma non pare essere usata come bussola dal mondo cattolico. Usando le parole di oggi del Card. Bagnasco, ci facciamo guidare da una “antropologia relazionale trascendente”, che orienti le scelte di bene comune.
Con uno slogan, “per costruire un soggetto serve un progetto, prima di una strategia”; un altro modo di spiegare questa scelta è che “tra valori ed azione serve un progetto”.
La mia lista personale? Si fonda su tre criteri (tre modi con cui far ripartire l’Italia) e su otto progetti prioritari (le otto cose da fare per far ripartire l’Italia, gli otto punti prioritari che vorrei leggere in un programma elettorale).
a) I criteri:
Responsabilità: ognuno di noi è cittadino, e le regole servono per aiutarci ad essere cittadini (con diritti e doveri, quindi). Prima delle regole e delle leggi, però, c’è il compito di essere, ciascuno nel proprio posto, costruttori e testimoni di bene, di progetto, di futuro, e di relazioni. Da cittadini attivi, oppure, potremmo dire, “perché solo così è bello vivere”. Le regole vengono dopo. Per questo no all’evasione fiscale, ma anche si ad un fisco semplice e leggero, e soprattutto a regole che premiano chi crea futuro (basta tasse che crescono al crescere del numero degli occupati, come l’IRAP!). Questa responsabilità fa rima con libertà, e si qualifica come “cittadinanza attiva”, sfida per tutti, ma soprattutto per i cattolici. Come ad Ancona, cito anche qui Giuseppe Tovini:
L’essere cattolico non mi ha mai impedito di essere italiano e di volere come tale la libertà, indipendenza, grandezza della patria, come l’esser cattolici non impedisce d’altronde il voler e desiderare l’assoluta libertà ed indipendenza del Sommo Pontefice, senza della quale giudico impossibile il bene verace e stabile, sia dell’Italia sia della società. (Giuseppe Tovini, lettera al direttore de “La provincia di Brescia”, 10 giugno 1882).
L a parola responsabilità, un questa prospettiva di cittadinanza, si traduce comunque da subito in una chiamata alla legalità nei comportamenti personali e in quelli pubblici (emergenza corruzione, emergenza evasione fiscale).
Sussidiarietà: meno intervento pubblico, più società e libertà di generare futuro. Da questa parola dovrebbe derivare l’impianto del federalismo (ma sta davvero funzionando, l’assetto attuale?), e soprattutto la valorizzazione dell’auto-organizzazione della società, dando deciso impulso all’economia sociale. Promozione poi di sussidiarietà verticale, orizzontale e “circolare” (capace di costruire reti di alleanze e di legami di reciprocità tra tutti gli attori sociali, a livello locale e nazionale).
Solidarietà: un Paese che insieme affronti la crisi, e in cui le disuguaglianze possano costruirsi come un sistema di opportunità, anziché come vittoria dei pochi potenti sui molti “sudditi”. L’IVA è aumentata per i consumi della gente comune, la riduzione degli stipendi dei parlamentari o il contributo di solidarietà sui più ricchi è rimasta “parole al vento”.
b) Le priorità
Prima degli otto punti, conviene evidenziare un’annotazione metodologica, essenziale, che è quella dell’unitarietà del modello: in altre parole, qui si prende il pacchetto completo, non si può scegliere, perché si sta costruendo “UN PROGETTO PER IL FUTURO – E PER IL PRESENTE - DEL PAESE”. Altrimenti queste priorità non diventano progetto condiviso, fondato su una antropologia e su un’idea di bene comune chiare e condivise, ma azioni spezzettate, esposte alla contrattazione reciproca sulle risorse, sulle priorità, sui veti incrociati. La fine, cioè, del progetto di un nuovo soggetto.
Peraltro le parole di oggi del Cardinale Bagnasco, che hanno ricordato la priorità di alcuni “valori non negoziabili” (vita, famiglia, educazione in primis) suggerisce comunque la possibilità/necessità di costruire comunque, pur all’interno di un disegno unitario, una chiara gerarchia tra queste priorità operative. Anche questa sarebbe una sfida di progetto da assumere.
1) Proteggere la dignità della vita dal concepimento fino alla sua fine naturale, senza se e senza ma. Questo non significa non confrontarsi con la complessità della mediazione giuridico-normativa, o con la sfida di una scienza medica sempre più efficace (ma a volte anche arrogante), ma affermare sempre e comunque la gratuità e irriducibilità della vita di ogni essere umano (anche dei più fragili, ma anche della propria!).
2) Ricostruire la solidarietà tra le generazioni nel sistema Paese: basta debito pubblico, basta inefficienza nel lavoro, soprattutto nella PA, basta pensioni sicure per oggi, ma domani chissà. Sì a politiche di sostegno alla natalità e ai giovani, di semplificazione e riduzione quantitativa dell’intervento pubblico, di federalismo sostenibile e equo a livello nazionale. Sì anche ad una decisa riduzione degli sprechi della pubblica amministrazione e dei costi della politica. Priorità assoluta all’intervento a favore dei giovani (sostegno ai figli, casa, lavoro).
3) Investire sul lavoro e impresa (non finanza), a partire dall’art. 1 della Costituzione. Un lavoro che è libertà e generatività (come per la famiglia). Quindi nel lavoro c’è anche fare impresa, innovare, oltre difendere il lavoro dipendente. Dobbiamo riscoprire la differenza delle parole: distinguere tra i veri imprenditori - chi genera impresa, e quindi valore aggiunto, lavoro, profitto – e i finanziatori – che non amano le opere, ma scelgono solo il profitto – e i faccendieri – scorciatoia per il successo e la ricchezza per chi vive l’economia senza etica. Dobbiamo uscire dall’obsoleto paradigma marxiano e marxista dello scontro tra “padroni e lavoro”, per costruire un’alleanza tra chi inventa e genera futuro: chi lavora bene, dal manager al bidello, chi inventa lavoro, chi genera occupazione e impresa (e metto qui anche la famiglia, tra i generatori di futuro). Basta imprenditori che guadagnano solo con la finanza, basta sindacati “antichi”, che difendono diritti formali che oggi sono di pochi, e non capiscono che il mondo è cambiato. Ci piaccia o no.
4) Investire sulla famiglia socialmente responsabile che è quella dell’art.29 della Costituzione “fondata sul matrimonio”, perché è luogo di generatività e libertà, ma oggi “paga per tutti”. Perché è luogo di custodia dell’umano, di identità, appartenenza, fiducia, gratuità, solidarietà, responsabilità, cura reciproca, e senza di essa chi educa a questi valori SOCIALI?. E soprattutto investire e sostenere la famiglia con figli (luogo insostituibile di generatività, futuro e riproduzione sociale). Fondamentale a questo riguardo una riforma fiscale a misura di famiglia (con la proposta del FattoreFamiglia già sull’agenda della politica nazionale).
5) Investire su un nuovo sistema di welfare, che sia comunitario, sussidiario, plurale, promozionale, a misura di famiglia (mai più welfare state, sì alla welfare society!), perché voglio vivere in un Paese in cui “nessuno resta indietro”. Però voglio anche un Paese in cui non ci siano persone costrette ad essere clienti (col cappello in mano) o “professionisti dell’assistenza”. Occorre “aiutare ad aiutarsi”, ognuno sia aiutato ad essere responsabile (altra parola rovinata da questa politica, peraltro). In questo sarà decisiva anche il deciso contrasto alla povertà e il riequilibrio territoriale.
6) libertà di educazione per un sistema formativo di massa che offra qualità su tutti i percorsi differenziati (inclusa la formazione professionale per i lavori “abbandonati”). La scuola pubblica è fatta da tutti i soggetti che sono capaci di costruire un’offerta formativa che incontra la “libera scelta”, cioè la responsabilità, delle famiglie e dei ragazzi. Basta con l’equazione “scuola pubblica = scuola statale buona per tutti”, falsa e paralizzante ogni innovazione (come fare a premiare i docenti bravi e a cacciare i docenti cattivi? Oppure non si può fare?): liberiamo la società sulla sfida educativa, e valorizziamo la famiglia (e se la famiglia fugge o delega, sosteniamola nella riscoperta della propria responsabilità, non sostituiamola perché incapace, con una logica stato-centrica).
7) promuovere una società dell’accoglienza e dell’integrazione equilibrata nella società interculturale. Liberiamoci dalle ideologie contrapposte, e affrontiamo una realtà che già vede un dialogo intenso tra culture, provenienze e valori nel nostro territorio e nella nostra scuola, senza banalizzare la necessità che queste diversità possano convergere su una identità nazionale (storia, tradizioni, radici, valori), valorizzando le diversità e soprattutto costruendo punti, anziché muri.
8) la custodia del creato in una cultura di pace. Intercettare la globalizzazione a favore di una cura dell’ambiente (Lasciare ai nostri figli un mondo, una nazione, una città in condizioni migliori, come per le pensioni, ma soprattutto come ambiente e come “pace”), nella consapevolezza della “inevitabile interdipendenza”, valore a dire che niente si risolve in una nazione, ma che a livello globale occorre scegliere se stare dalla parte degli interessi economici di pochi (finanziari o di produzione) e della conservazione di uno scambio disuguale (pochi privilegiati, tra cui noi – forse ancora per poco –) e miliardi di affamati che premono ai nostri confini.
Anche perché se non lavoriamo per la pace e per l’equità a livello globale rischiamo di trovarci, tra pochi anni, dalla parte di chi divide la parte più piccola della torta, a favore di nazioni emergenti che non hanno certo intenzione di trattarci bene, noi paesi europei, dopo secoli di spoliazione dei Paesi in via di sviluppo: ne siamo ancora capaci, di dividere la povertà e la sobrietà? Come rispose Gandhi a questo problema? “Mahatma, quando tu avrai ottenuto l’indipendenza dell’India, sarai capace di portare l’India al livello dell’Inghilterra?” Gandhi rispose: “Se per l’Inghilterra, per arrivare al tenore di vita a cui è arrivata, ci sono volute metà delle risorse di questo mondo, di quanti mondi avrà bisogno l’India per arrivare là dove è arrivata l’Inghilterra?”
Si allora all’impegno internazionale del nostro Paese, si alle missioni di pace, ma no decisamente ai cacciabombardieri.
Dopo vent’anni di seconda repubblica, troviamo una politica peggiore di quella che abbiamo lasciato. E soprattutto, troppa politica e troppa partitica.
Il nostro primo servizio al bene comune di questo Paese non è prima di tutto la sostituzione della leadership, ma è e deve essere il progetto, la direzione, la vision.Per custodire il bene comune oggi non dobbiamo avere più potere nella politica, ma dobbiamo diminuire l’esorbitante sovraesposizione. La crisi dice anche che parliamo troppo di politica e molto poco di economia, di interessi economici globali, e ancora meno di associazionismo, di impresa sociale, di quel capitale sociale vivo ed effervescente che noi siamo, come associazioni, come movimento cattolico. Meno politica e più società “civile”, verrebbe da dire, e dobbiamo convincere tutti i talk show che devono intervistare noi, prima dei politici, perché noi siamo il Paese che resiste, mentre tanta politica (non tutta, per fortuna) è il Paese che erode il capitale sociale ed economico delle nostre comunità.
“Non cerco una nuova Camaldoli, cerco una nuova opera dei Congressi”. La mia proposta è quindi di non preoccuparci troppo delle mediazioni dirette con i partiti attuali, o delle prossime scadenze elettorali, né tantomeno dell’ipotesi di un nuovo partito “dei cattolici”, o per i cattolici, o “su ispirazione…”. Già la complessità della scelte delle preposizioni dice la difficoltà del discorso.
Preoccupiamoci invece di costruire, entro l’estate del 2012, una piattaforma progettuale su alcuni punti concreti (che non siano letteratura o cultura, ma priorità su cui sfidare la finanziaria del 2012 e i provvedimenti anticrisi, perché il FattoreFamiglia, per noi, non è impossibile perché c’è la crisi, ma anzi è tanto più necessario quanto più si è in tempi di crisi!